UN TE' CON... PAOLO NICOLATO

30.11.2020
P. Nicolato (foto figc)
P. Nicolato (foto figc)

di Francesco Barana

Forse è davvero come diceva Woody Allen, che la vita è quello che ti succede mentre progetti tutt'altro. A Paolo Nicolato, 53 anni, veronese, ct dell'Italia Under 21 che a marzo sarà all'Europeo in Ungheria e Slovenia, è andata un po' così: "Nel 2016 mi chiamò la Federazione mentre allenavo in serie C, ero perplesso, avevo già rifiutato in passato, quella volta accettai più che altro per fare un'esperienza" ricorda il ct nell'intervista video a Verona Spettinata. E' stata la sliding doors della carriera del tecnico, cresciuto nel settore giovanile del Chievo: "Si è rivelata una grandissima esperienza, mi sta permettendo di confrontarmi con il calcio internazionale ed è un arricchimento professionale".

Avanti così, magari tra qualche anno sarà lei il successore di Mancini. Ci pensa?

(Risata) "No. Quattro anni fa ho iniziato con l'Under 18, poi ho fatto la 19 e 20, l'anno scorso mi hanno chiamato in Under 21 ed è già oltre le mie aspettative, non pensavo infatti di essere prescelto tra tantissimi candidati con nome e curriculum importanti".

Anche il suo di curriculum non scherza: vicecampione europeo con l'under 19, quarto ai mondiali Under 20, lo scudetto Primavera con il Chievo nel 2014...

"Sono orgoglioso del mio percorso, anche perché sono arrivato dove sono ora solo con le mie capacità. Ma non guardo molto indietro, vivo alla giornata, mi diverto e penso solo a raggiungere gli obiettivi".

Un percorso anomalo però il suo: arrivare alla seconda nazionale di calcio del Paese senza, a lanciarla, un passato da calciatore professionista, la formazione nei quadri federali, o un settore giovanile di un club metropolitano è un unicum, non crede?

"Il mio è stato certamente un percorso particolare e, aggiungerei, anche lungo: 30 anni di panchina, poiché ho cominciato nel 1987 con i ragazzini dei club della provincia veronese. Devo dire che ho raggiunto più di quanto mi ero prefissato".

Anche i mass media nazionali ora parlano e scrivono di lei, antipersonaggio per eccellenza. Stranito?

"No, vivo tutto con grande naturalezza e spontaneità, anche perché finora ci sono stati i risultati. Credo che quelli con cui mi rapporto, che siano dirigenti, colleghi o giornalisti, capiscano che sono una persona sincera. Il mio atteggiamento è lo stesso di quando allenavo i giovanissimi nel veronese, e poi a 53 anni si è equilibrati, difficile esaltarsi o deprimersi troppo".

Si è qualificato brillantemente agli Europei: 8 vittorie, 1 pari e 1 sola sconfitta. E ha consegnato a Mancini talenti come Kean, Zaniolo, Pellegrini Bastoni, Locatelli, Tonali e Bastoni. Un blocco che non si vedeva dai tempi di Vicini a metà anni 80. L'Italia è tornata a produrre giovani?

"Purtroppo no, quelli che avete menzionato sono talenti sopra la media che alla fine emergono comunque. Il problema sono quelli di medio livello, bravi ma che non escono perché non trovano spazio nelle loro squadre. L'Italia oggi non produce un numero di giocatori sufficiente: non perché i giocatori non ci siano, ma perché nessuno si accorge di loro. In passato era il rendimento nel club a portarti in Nazionale, oggi è la Nazionale che ti mostra ai club. Leggi la Gazzetta al lunedì e vedi che ogni formazione schiera solo due-tre italiani. Per questo la qualità generale del nostro calcio rispetto al passato è scesa. Fare il selezionatore oggi non è facile".

Cosa manca al calcio italiano?

"Il coraggio e gli investimenti. Non si lanciano i giovani, che qui sono considerati giovani ancora a 21-22 anni, mentre in Francia, Inghilterra, Germania e Portogallo a quell'età hanno già oltre cento presenze nella loro serie A. Le nazionali che ho citato a livello giovanile possono vantare una base di 60 giocatori più o meno dello stesso livello, a noi se mancano quattro dei 6-7 sopra la media andiamo in difficoltà".

Quanto agli investimenti...

"Il calcio risente della crisi del Paese: da un lato sono diminuiti gli investimenti sullo scouting, dall'altro i club preferiscono acquistare un calciatore straniero modesto, che costa meno, piuttosto che un nostro ragazzo. Se sei un fenomeno arrivi lo stesso, ma se sei uno normale puoi emergere solo giocando. Sono i km in campo che ti trasformano da buon giocatore a ottimo giocatore".