UN TE' CON... OSVALDO BAGNOLI

24.12.2017
O. Bagnoli (foto:ilsole24oreweb)
O. Bagnoli (foto:ilsole24oreweb)

di Francesco Barana

Fonte: tggialloblu.it


Maledetti acciacchi. "Che vuole, è l'età. Mi hanno aperto il ginocchio e non posso più giocare a tennis e nemmeno fare le mie corsette sulle Torricelle. Solo qualche esercizio in casa, dieci minuti al giorno. Così.".

Osvaldo Bagnoli, 82 anni, fa una smorfia di disappunto e ruota le braccia mimando un esercizio dozzinale. Uno strapuntino per uno che ha passato la vita a correre dietro a un pallone: "Anche da allenatore facevo le partitine con i miei giocatori. Ed è per questo che ho voluto allenare. Mi piaceva giocare a pallone ed era un modo per restare in campo. Quando smisi di giocare al Verbania nel '73 raccontavo e mi raccontavo che cercavo il posto fisso in legatoria. Ma in cuor mio sapevo che volevo allenare. Temevo di non avere il carattere adatto, troppo timido, non ero un leader nato, anzi, ma il richiamo del campo e il piacere di insegnare qualcosa era troppo forte".

"Di nome Osvaldo, nato alla Bovisa" è il meraviglioso incipit che gli dedicò Gianni Brera nel libro "Lo Scudetto del Verona". Bagnoli si volta indietro: "La ricordo quella Milano, alla Bovisa eravamo tutti figli di operai. Abitavo al 104 in via Candiani, vicino alla Ceretti e Tanfani e alla Ferrovie Nord, quelle dei pendolari. Ricordo la guerra, durante i coprifuoco ci portavano nei bunker scavati sotto i prati. A 12 anni già lavoravo, facevo cinture a mano, poi tazze di water, infine tornitore in un officina meccanica. Giocavo a pallone con gli amici, poi nell'Ausonia. Dicevano che ero bravo, ma io dovevo lavorare, mica stavo lì a pensarci troppo a certe cose. Mi prese il Milan, che scuola quella, avevo in squadra i più grandi del mondo e sapevo che lo spazio per me era poco, ma le mie partite le ho fatte. E quanto ho imparato...".

Comincia lì una storia di 110 partite in serie A e 209 in B da giocatore - mezz'ala di corsa e piede fino, inserimenti, vizio del gol, la militanza nel primo Verona in serie A e lo scudetto in quel Milan di Schiaffino, Nordahl e Liedholm del 1957 - e 641 panchine da allenatore, con la leggenda del Verona e molto altro: la semifinale europea con il Genoa, un secondo posto con l'Inter dietro al Milan degli Imbattibili di Capello, il bel calcio di Como e i fasti di Cesena.

Osvaldo è tornato di moda. Lui inchioda l'effimero con la sua solida normalità: "Sì mi stanno chiamando un po' tutti 'sto periodo, anche i giornali e le tv nazionali per ospitarmi. Ma io mica c'ho tanta voglia. E poi devo fare la spesa, andare a prendere la Monica (la figlia non vedente, nda) al lavoro e poi sentire cosa dice mia moglie. Mica mi lascia libero, sa?". La Figc l'ha inserito nella Hall Of Fame del calcio italiano, ristretta cerchia di leggende: "Quando me lo hanno detto mi ha fatto piacere, si vede che qualcosa di buono ho fatto".

Qualcosa di buono... La sua modestia la conosci eppure ti spiazza ogni volta. Alimenta il mito di un uomo che, con pochi altri, può vantare un soprannome coniatogli da Brera: Schopenhauer, il filosofo pessimista. "Brera mi stimava e io stimavo lui. Lui era un uomo di parole, io invece di poche parole. Ma con me tendeva a parlare poco perché sapeva che apprezzavo. Capiva che se avesse parlato troppo mi sarei rotto le balle". (Bagnoli ride).

Brera la venerava proprio e vietava ai colleghi di dire e scrivere male di lei. E' una confidenza che mi ha fatto Adalberto Scemma.

Ah sì? Questo non lo sapevo. Se è vero devo ringraziarlo, Brera, anche se lui da anni non c'è più. Io gli dicevo sempre che non ero all'altezza di Schopenhauer.

Ma filosofo della panchina lo era, non faccia il modesto.

Io ho sempre pensato che il calcio sia una cosa semplice, poi sono arrivati quelli che hanno voluto complicarlo.

Sacchi e i suoi discepoli...

Non ce l'ho con Sacchi, era in Primavera al Cesena quando io allenavo là (nel biennio 79-81, nda). L'ho sempre rispettato e ho sempre pensato che se lui aveva certe idee era giusto le portasse avanti, perché un allenatore deve esprimere quello che sente. E poi ha vinto e quando vinci altri ti seguono e ti imitano. E il calcio cambia. Ed è giusto così. Ma io ho sempre pensato che il giocatore viene prima del modulo. E il giocatore che crea la tattica, non il contrario.

"Il terzino fa il terzino e il mediano fa il mediano". E' il suo aforisma preferito.

Tu devi costruire la squadra sui 4-5 giocatori più forti, dando loro modo di esprimersi. Poi se riesci ad accontentare tutti meglio, ma quei 4-5 li devi accontentare per forza, sono i tuoi artisti, non li puoi ingabbiare. Il calcio è cambiato, ma credo che certi principi siano immortali.

Bagnoli umanista. L'uomo prima della "macchina".

Quando il Verona mi prese Dirceu cambiai modo di giocare. Presi da parte Penzo e gli dissi: "Nico te la senti di giocare da solo là davanti?". Qualche anno dopo capitò lo stesso con Berthold e schierai il 3-5-2 con due laterali (Berthold e Volpecina, ndr), modulo che poi avrei riproposto al Genoa. Fanna arrivò dalla Juventus sofferente perché Trapattoni lo teneva fisso a destra, con me poteva cambiare fascia quando voleva ed era felice e giocava meglio. Ho sempre gestito i giocatori ricordandomi di quando giocavo io.

Bagnoli psicologo.

Detestavo giocare all'ala destra con il sette, volevo l'otto e stare in mezzo al campo. Se mi davano il sette mi giravano le balle ed ero meno motivato. Queste cose succedevano negli anni '50, negli '80 e succedono pure oggi. I calciatori sono uomini.

Lei al Milan ha giocato con i più grandi.

Schiaffino il più forte che abbia visto, più di Maradona. Lo ammiravo, era proprio bravo. Liedholm mi ha insegnato a stare in campo. Nordahl era un galantuomo. Ricordo anche Cesare Maldini. Radice e Marchioro erano gli amici. Gigi so che ha dei problemi, Pippo ogni tanto ancora lo sento.

Una volta Schiaffino lo mise a tacere. Lei ventenne sbarbatello, lui campione del mondo.

Durante una partita. Lui continuava a ripetermi "fai così questo e fai così quell'altro". Si riferiva a giocate complicate, quelle che sapevano fare solo quelli come lui. Io gli risposi: "Se riuscissi a fare le cose che fai tu sarei Schiaffino e invece sono solo Bagnoli". Da giocatore non sopportavo i continui richiami, anche se a farmeli era Schiaffino. Avevo bisogno di stare tranquillo. Altro principio che ho fatto mio da tecnico.

Non è mai stato un allenatore tarantolato. Gli allenatori "telecronisti", li chiamo io.

Un giocatore lo devi preparare in settimana, non serve stargli addosso durante la partita. Io mi limitavo a qualche richiamo.

E' vero che vietava ai suoi presidenti di avvicinarsi alla squadra?

Sì. Il primo anno da allenatore alla Solbiatese il presidente entrò nello spogliatoio dicendo che avevamo giocato male. Gli dissi a muso duro: "Ma come si permette?". Mi licenziò. Da allora ho sempre tenuto lontano i presidenti dalla squadra. Non accettavo loro ingerenze e che rompessero le balle ai giocatori. L'allenatore ero io. Il principio è semplice.

Si dice che lei parlasse poco. Valentino Fioravanti su queste colonne ha smontato un po' questo cliché. "Bagnoli parlava poco al gruppo, molto ai singoli giocatori".

Ha detto bene. I singoli li prendevo da parte, ci confrontavamo a lungo, gli spiegavo le mie idee, mentre al gruppo parlavo poco, il giusto. Anche per timidezza, parlare in pubblico non mi è mai riuscito bene. Mi bastavano gli sguardi e la squadra capiva.

Fanna una volta ha raccontato i suoi primi giorni a Verona: "Arrivavo dalla Juve, mi sentivo importante, Bagnoli per una settimana neanche mi guardò in faccia. Mi evitava. Ma è stato l'allenatore che più mi ha capito".

Lo facevo apposta. I giocatori li prendevo piano piano. Non davo confidenza subito.

Cosa disse a Berthold che scappò dal ritiro per raggiungere una famosissima cantante?

Passai dalle camere e non c'era. Quella domenica non lo feci giocare, semplice. Ma non sono mai stato un sergente di ferro. Elkjaer fumava nello spogliatoio, io mi giravo dall'altra parte e facevo finta di nulla. Glielo avevo detto una, due, tre volte di non fumare, ma poi cosa potevo fare io se si nascondeva in bagno? Allora gli dissi: "Piuttosto che in bagno fuma qui". Ma Preben è stato un professionista esemplare. Idem Marangon, so che fuori dal calcio aveva una vita notturna movimentata, ma con me non ha mai sgarrato una volta. Lo stesso posso dire per Aguilera e Skuhravy. I giocatori rompiballe nella mia carriera sono stati altri, tipo 3-4 al Genoa il secondo anno. I nomi? No, neanche sotto tortura! Quelli Spinelli (presidente del Genoa, ndr) non li poteva allontanare, così decisi di andarmene io. Non c'entra l'Inter, me ne andai perché non era più possibile rimanere al Genoa.

Perché all'Inter non è andata come avrebbe voluto?

In quelle piazze devi essere bravo con i giornalisti, mentre io ero chiuso, avevo paura che poi riportassero male quello che dicevo. E anche lì ci fu qualche giocatore rompiballe. Ma ho dei bei ricordi della vecchia guardia, Zenga, Bergomi e gli altri.

Era il 7 febbraio 1994 e Pellegrini la licenziò. Anni dopo le avrebbe chiesto pubblicamente scusa.

Torniamo al discorso di prima. Il presidente voleva mettere becco. Dopo il mio esonerò l'Inter rischiò la retrocessione. Non so se le scuse di Pellegrini siano sincere o le abbia pronunciate tanto per dire. Però le ha dette, dai...

A Brera disse di aver "rubato" qualcosa a Liedholm e Orrico...

Liedholm mi vedeva come un fratello minore. Con me è sempre stato prodigo di consigli, sia da compagno al Milan, che da allenatore ad allenatore. Orrico? Venni a sapere della sua "gabbia" con la Carrarese e andai a vedere. Se in giro c'era qualcosa di interessante andavo a sbirciare. Mi aggiornavo. Ero curioso.

Trapattoni?

Era diverso da me. Sia nel carattere che nel modo di impostare la squadra. Non dico peggio o meglio. Diverso.

Il suo Verona è qualcosa di irripetibile?

Io avevo Mascetti che stimavo, come direttore sportivo e come uomo. Lui mi indicava i giocatori che si potevano prendere. Poi andavamo a vederli assieme e ci trovavamo sempre in sintonia. Se uno era bravo poi mi informavo sull'aspetto morale. Se costava un cifra giusta per noi allora si prendeva. Vincemmo perché c'era molta qualità e perché i ragazzi andavano d'accordo tra di loro. Si frequentavano anche fuori. Mi chiedono sempre quale sia stato il segreto, ma fu quell'unione a fare la differenza. Qualche anno dopo (88-89 la stagione di Caniggia, nda) mi diedero via i Fontolan, i Volpati e i Di Gennaro tutti insieme. Avevo perso in un colpo la spina dorsale del gruppo e pur con una squadra forte ci salvammo a fatica, all'ultima giornata.

E grazie al 3-1 del Lecce sul Torino. Lei quel pomeriggio del 25 giugno 1989, raggiunto da Lorenzo Roata di Telenuovo nei corridoi del Comunale di Torino, attaccò la squadra. Il riservato Bagnoli protagonista di uno sfogo mediatico...

Se quella volta dissi certe cose, addirittura in tv, si vede che era giusto dirle. Quell'anno c'erano tre-quattro pirla nello spogliatoio. Ero uno che talvolta lasciava perdere, ma superato il limite m'incazzavo di brutto.

Quell'estate del 1989 poi le vendettero tutti i giocatori migliori senza rimpiazzarli. Quel Verona sarebbe retrocesso, ma sfiorando l'impresa e ripetendo la 'fatal Verona' ai danni del Milan.

La squadra era tutta nuova e non eccelsa. Serviva tempo per assemblarla. Ma quel gruppo a differenza di quell'altro rispondeva, aveva valori umani. Partimmo molto male, troppo, quello ci fregò.

Il fallimento finanziario era alle porte. Capì che il ciclo era finito e il giocattolo si stava rompendo?

Be' quando vendi tutti capisci che qualcosa non va. Mi dispiace solo che Chiampan abbia pagato per tutti. Non lo meritava.

E' restato qua nove anni rifiutando proposte più allettanti. Perché?

Stavo bene a Verona. Mia moglie è di qua e qua avevo messo su casa. Andavo al campo in bici. Mi è dispiaciuto poi andare via, ma fu giusto così. Al Genoa facevo il pendolare in treno.

Ha conosciuto sua moglie a una festa. Allora è stato giovane e godereccio pure il sobrio Bagnoli.

Sì sì, se c'era una festicciola e mi invitavano andavo volentieri, porca miseria!

Dunque non è così ombroso come sembra...

Ma io sono quel che sono, in pubblico mi sono sempre comportato come mi veniva naturale. In privato con gli amici non che fossi esuberante, ma ogni tanto mi lasciavo andare anch'io.

Le piace il calcio di oggi?

Seguo poco perché non mi serve più. Ma mi dà fastidio tutto questo ti-tic ti-toc, questo va avanti e poi torna indietro, mille passaggi per arrivare in porta. Lo vedo pure in squadre con giocatori che non se lo possono permettere. Non capisco. Gioca in verticale, no? Lo scopo del calcio è guadagnare campo e fare gol il prima possibile.

Se Bagnoli avesse 40 anni oggi...

Farei fatica, ma ogni allenatore è figlio della sua epoca. 40 anni fa io facevo alla mia maniera. Adesso è diverso. E poi come fai a gestire 30 giocatori? Che poi 15 non giocano mai, secondo lei sono contenti? Come fanno a condividere? Una volta se l'allenatore non ti vedeva te ne andavi.

Si ritirò a soli 59 anni con 3-4 grandi club che la volevano. Una scelta anticonformista in un Paese e in un calcio di gente incollata alla poltrona. Perché?

Non era più il mio calcio. Qualcosa stava cambiando e questo non mi piaceva. Sentivo che era finita.

Mai avuto ripensamenti?

No. Ormai avevo deciso. Mai avuto dubbi.

Lei è un mito che ha regalato un sogno a un'intera città. Lo sa?

Quando cammino per la strada le persone mi salutano e mi fermano. Io mi imbarazzo per timidezza, ma mi fa piacere. Credo non sia solo lo scudetto. Credo che mi vogliano bene perché hanno capito la persona che sono. Apprezzano l'uomo. Questo mi dà più gioia dello scudetto.