UN TE' CON... JANIK SINNER

15.11.2019
J. Sinner (foto: sport.sky.it)
J. Sinner (foto: sport.sky.it)

di Francesco Barana

Fonte: Corriere dell'Alto Adige


Magari in futuro sarà «una stella del tennis», come profetizza Novak Djokovic. Chissà. Jannik Sinner oggi è soprattutto è un ragazzo di rara educazione. L'abbiamo incontrato ieri all'Hotel Cavallino Bianco di Ortisei, suo quartier generale in questi giorni in cui è impegnato nel Challenger di Val Gardena. Appuntamento alle 10.45 nella hall, Jannik scende in anticipo. Piccoli ma non trascurabili dettagli. Attorno a lui l'incessante brusio di turisti e il via vai indaffarato del personale dell'albergo. Jannik, esuberante e vivido in privato, nelle interviste misura le parole. Riservato, non ama troppo parlare coi mass media: «Ma so che devo abituarmi anche a questo, è giusto».

Sinner, intanto sono i suoi colleghi che danno interviste su di lei...

«Si riferisce a Djokovic? Ho letto quello che ha detto».

Sorpreso?

«Sì un po'. Mi ha fatto piacere. Lui è una leggenda».

L'ha incoronata...

«Con Nole ci siamo allenati qualche volta a s s i e m e , c i conosciamo. Ma la mia strada è ancora lunga, mi servono degli anni per arrivare al livello più alto».

Nel 2020 compirà 1 9 a n n i . Federer a 19 a n n i h a cominciato a v i n c e r e i p r i m i tornei Atp...

«Roger ha cominciato e poi non ha più finito. Ma ognuno ha il suo percorso e ora vivo tutto abbastanza tranquillamente. Nel 2020 l'obiettivo è un altro».

Quale?

«Devo alzare il livello dei tornei e arrivare a giocare 60 partite. Non sarà facile. Sarà molto importante fare una buona preparazione e iniziare bene a gennaio. Per questo, finito il torneo di Ortisei, torno a Bordighera ad allenarmi".

Non va in vacanza?

«Mah, forse resto qui un paio di giorni, salgo a Sesto (Pusteria, ndr) dai miei. Ma non mi fermo di più».

Domanda al ragazzo e non al tennista: non le manca l'adolescenza?

«Non mi manca niente, ho fatto questa scelta di vita. Anzi, è una fortuna alla mia età girare il mondo e fare queste esperienze. Poi, sì, ogni tanto c'è la voglia di tornare a casa».

Quando torna che fa?

«Vado a camminare per le strade delle mie montagne tranquillo. Mi piace rivedere i miei genitori e stare con gli amici di sempre».

I suoi genitori sono molto discreti. Niente a che vedere con il «padre-tiranno» di Agassi descritto in «Open»...

«Loro mi hanno insegnato fin da piccolo a essere indipendente. Mi seguono, ma non si intromettono. Sanno che ci sono i maestri».

Gli amici di Sesto invece che le dicono?

«Per loro sono sempre la stessa persona, non mi chiedono quasi mai del tennis. Parliamo d'altro, a volte ci sembra di essere ancora quei bambini che andavano a scuola assieme. Poi giochiamo alla playstation, a Fifa».

Dicevano che non le piace il calcio...

«Ci ho pure giocato da bambino. Da piccolo ho fatto un sacco di cose...».

In una recente intervista, scherzando, ha detto che era un «rompiballe»...

«Quando volevo una cosa andavo già a prendermela. Ero così anche nello sci. Ma fuori dall'agonismo scherzavo e giocavo tanto. In realtà non sono cambiato, fuori dal campo sono ancora adesso un bambino, mi diverto un sacco ed è anche giusto a questa età. Anzi, spero di restare un "bambino" il più a lungo possibile».

È il suo modo per stemperare le tensioni agonistiche?

«Sì, più vinci e più sale la tensione su di te, le cose attorno ti cambiano, anche fuori dal campo: le interviste, le persone che parlano di te. Finora sto gestendo tutto abbastanza bene».

Dopo l'exploit di Anversa e il trionfo di Milano le pressioni sono enormi...

«È normale che ci siano, si tratta di gestirle nel modo migliore. È cambiato molto all'esterno, ma non sono cambiato io».

Però ha abituato bene e ora le aspettative dei tifosi sono alte. Non è un rischio?

«Mi rendo conto che quando inizi a vincere, poi fa strano quando perdi. E magari qualcuno arriva pure a criticarti, non rendendosi conto di quanto è difficile il nostro sport. La soluzione? Te ne devi fregare e pensare solo a quello che fai».

Il 2019 è stato anche l'anno di Matteo Berrettini. Potendo, cosa gli «ruberebbe»?

«La continuità. Lui riesce a mantenere nell'intera partita un rendimento altissimo. Io invece sono ancora discontinuo a grandi livelli. Lo si è visto con Wawrinka agli Us Open».

In compenso ha la dote innata di restare lucido e calmo nei momenti determinanti.

«Merito dei miei genitori. Ho preso il loro carattere».

Per gli altoatesini lei è già un simbolo, lo sa?

«Me ne sto rendendo conto in questi giorni qui a Ortisei. Le persone mi sostengono ed è una sensazione bellissima. Spero di ripagare questo affetto».

Nel resto del Paese invece impazza da tempo la Sinner-mania. Molti la volevano già in nazionale per la Coppa Davis...

«In realtà Barazzutti (il capitano dell'Italia, ndr) dopo Milano me lo ha chiesto, ma con il mio staff abbiamo preferito rinunciare. Quest'anno ho giocato tanto e credo che adesso sia giusto concentrarmi sulla preparazione della nuova stagione».

In Alto Adige qualcuno discute di doppio passaporto. Ma lei si sente italiano, giusto?

«Io mi sento e sono italiano. Totalmente. Ancor di più da quando vivo a Bordighera. Ormai parlo italiano quasi meglio che tedesco. Mi piacerebbe giocare con l'Italia la Davis e magari anche vincerla non sarebbe male".