UN TE' CON... ARRIGO SACCHI

09.10.2019
A. Sacchi (foto: milanlive.it)
A. Sacchi (foto: milanlive.it)

di Francesco Barana

Fonte: Corriere del trentino


Macché demiurgo. Arrigo Sacchi respinge pure l'etichetta di rivoluzionario: «Ho fatto cose normali, non mi sembra di aver rivoluzionato nulla. Il punto è che in Italia basta essere normali per essere diversi». L'ex allenatore del Milan e ct della Nazionale, 73 anni, sarà ospite l'11 e 13 ottobre al Festival dello Sport di Trento (Auditorium Santa Chiara). L'11 parlerà del suo Milan: di quel Milan degli olandesi, della zona e del pressing, delle due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Un Milan che l'Uefa ha riconosciuto come la miglior squadra di club di tutti i tempi.

Sacchi, ammetterà che dopo di lei il calcio non è più stato la stessa cosa...

«Ho cercato di applicare tre principi semplici. Il primo: il calcio nasce dalla mente e non dai piedi dei giocatori. Il secondo: la squadra viene prima del singolo. Il terzo: essere ottimisti è preferibile che essere pessimisti e un gioco propositivo aumenta l'autostima dei giocatori».

Prima di lei il calcio italiano era pessimista, difensivista e individualista?

«Non solo il calcio, il Paese. Ma è ancora oggi così. Il difensivismo è sempre stato nel dna di questo Paese. L'unica volta che abbiamo vinto una guerra è perché abbiamo fatto catenaccio sul Piave. Siamo un Paese individualista, dove si crede che le conoscenze valgano più della conoscenza e la furbizia più del merito. Un Paese dove si cercano scorciatoie. Guardi il tasso di corruzione che abbiamo».

Questo si proietta nello sport?

«Il calcio è lo specchio del Paese. Se l'unica cosa che conta è vincere a qualsiasi prezzo, secondo lei come si cerca di vincere? Con i mezzucci. Io invece ho sempre pensato che una vittoria senza merito non fosse una vittoria».

Eppure lei è poi diventato un punto di riferimento. C'è un Avanti e Dopo Sacchi...

«Le cito una frase di Costacurta di qualche anno fa. Disse: "Hanno copiato il nostro Milan in tutto il mondo tranne che in Italia". E qui torno al concetto di Paese: l'Italia ha una resistenza culturale al cambiamento, è più incline al pessimismo che all'ottimismo, al passato che al futuro. E se nel calcio sei pessimista che fai? Metti due difensori in più. Solo adesso qualcosa sta cambiando, quest'anno in serie A ci sono 7-8 strateghi in panchina. In Italia arriviamo sempre con trent'anni di ritardo».

I suoi detrattori dicono che lei ha vinto perché aveva Van Basten Gullit, Rijkaard, Baresi, Maldini...

«In quel Milan abbiamo beneficiato tutti del saper fare squadra. Baresi prima del 1989 non era mai entrato nei primi dieci del Pallone d'Oro e aveva 29 anni. Quei giocatori sono diventati grandi dopo, lo stesso il sottoscritto. Sa cosa mi fa arrabbiare?».

Dica...

«Quando mi chiedono se conta di più vincere o giocare bene, Ma c'è una correlazione! Se giochi meglio hai più chance di vincere, poi puoi anche perdere ma li subentrano fattori esterni alle tue possibilità. Io con il Parma dovevo salvarmi e sono arrivato quarto. Le prime tre avevano speso dieci volte in più».

Gianni Brera, di cui ricorre il centenario, sosteneva il catenaccio come unica arma per sopperire alla carenza di fisicità italiana...

«Ma il calcio non è fisicità, è arte, idee. Brera addirittura scriveva che l'Italia non vinceva perché non mangiava carne, ma polenta. Abbiamo avuto fin dagli anni '60 grandi atleti olimpici, mangiavano tutti carne? Oggi si è scoperto che la carne dà addirittura fastidio, ma allora io mi domandavo: perché scrive questo?».

Si è risposto?

«Brera era un grande scrittore antico, ma lui percepiva un calcio tattico, in linea con quello che era ed è il nostro Paese. Un Paese di ottimi tattici, ma senza strateghi. Una volta, alla vigilia di un Milan-Napoli, incontrai Brera in un ristorante...».

Racconti.

«Era con un gruppo di giornalisti, venne da me e mi chiese: "Chi marcherà Maradona?". Risposi: "Dipende da dove va". Mia moglie, che non ha mai visto una partita di calcio, mi disse: "Ma tu non giochi a zona?". Le dissi: "O la faccio male, o non vogliono vedere". Maradona individualmente lo potevi marcare solo ammazzandolo. Io contro lui e Careca - una coppia che così forte oggi non c'è - giocavo con i soli Baresi e Costacurta a zona».

Lei non ha mai giocato ad alti livelli...

«Per fortuna, se sei stato un grande calciatore è difficile diventare anche un grande allenatore. Chi ci è riuscito è perché è bravissimo. Se hai giocato il rischio è di vivere di rendita sulle idee che hai acquisito da calciatore, non ti metti in discussione».

La partita più bella del suo Milan?

«La finale di Coppa dei Campioni del 1989 a Barcellona (vittoria 4-0 sullo Steaua Bucarest, ndr). Il giorno dopo l'Équipe titolò: "Una squadra di un altro mondo"».

Le sue squadre di riferimento?

«Da bambino l'Ungheria del '54 e il Real di Di Stefano. Da ragazzino il Brasile del '70. Mi dispiaceva invece che l'Inter di Herrera non giocasse un bel calcio, perché da bambino ero interista».

Guardandosi indietro, cosa la fa felice oggi?

«Una volta un giocatore mi disse: "Mister si lavora troppo e non mi diverto". Risposi: "Non ho mai saputo che facendo poco si combina tanto e poi noi dovremmo divertirci per una proprietà transitiva, far divertire chi viene allo stadio cercando distrazione dai problemi quotidiani e che in quel caso ti sarà riconoscente tutta la vita". In un Paese senza memoria oggi dovunque vada riempio le piazze e mi chiedono autografi. Credo di aver lasciato qualcosa alla gente.

FRANCESCO BARANA

fonte: corriere del trentino