NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE (E CONOSCERE IL MONDO DEL CALCIO)

18.11.2020

di Marco Gaburro.

Non dovrei stupirmi se il telefono non suona. Dopo vent'anni di "carriera", più un'altra decina di attività nel calcio giovanile provinciale, dovrei conoscere in lungo e in largo il mondo del calcio. In quasi trent'anni sono stato dirigente di società di paese e allenatore di società professionistiche, ho fatto da responsabile a settori giovanili e ho allenato in prima persona, praticamente ragazzi di ogni età, dai Pulcini ai grandi. Non solo, ho conosciuto realtà diverse, lavorando in tredici società, che vuol dire relazionarsi con un numero elevato di presidenti, dirigenti, direttori e quant'altro. Ho visto realtà gestite da una sorta di padre-padrone e realtà che somigliavano più a delle cooperative, realtà che facevano poco più di cento spettatori a partita e realtà che sapevano riempire il proprio stadio. In Lumezzane-Mezzocorona, campionato Berretti del 2008-2009, c'erano poco più di venti spettatori (esempio che ho citato nel mio ultimo libro "Volevamo la Storia"). In Poggese-Mantova, primo storico derby in serie C2 nella stagione 2001-2002, c'era il tutto esaurito, in uno stadio appena terminato e regalato dall'amministrazione comunale di Poggio Rusco alla propria comunità. So cosa si prova in un contesto e nell'altro, a lavorare, allenare, rapportarsi con i giocatori e con l'ambiente esterno. Occhi diversi puntati addosso, palcoscenici diversi e quindi pressioni diverse. Pro e contro di ogni singola realtà, che poi ognuna è fatta a modo suo e non possono essere mai paragonate.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di vincere due campionati di serie D, passando per due delle società più grosse e ambiziose del panorama dilettantistico nazionale, seppur radicalmente diverse per concezione, direzione e piazza. Ho fatto un ulteriore passo, aggiungendo successi a esperienza (la vittoria del 2001 a Poggio l'ho sempre sentita non del tutto mia, come era giusto che fosse). Poi mi sono riaffacciato al mondo professionistico dell'attuale serie C, dopo le esperienze del 2001-2002 nel mantovano e del 2005-2006 a Portogruaro, senza contare la parentesi tra i giovani pro di Mezzocorona e Albinoleffe dal 2008 al 2011. Certo, l'ho fatto in un contesto particolarissimo, dove a una piazza straordinaria per dimensione, storia e calore (Lecco) veniva contrapposta una gestione societaria diciamo altrettanto focosa, il che non è sempre un bene quando si tratta di lavorare. E' così, però, da molte parti, quindi lo ritengo un elemento caratterizzante, non per forza un difetto. 

Come sia andata, ormai, lo sanno tutti, con un "amore" mai sbocciato con la proprietà, nonostante ci sia stato un anno per conoscersi, vincendo a mani basse il campionato di D. Un anno che avrebbe dovuto far capire molto di più del sottoscritto. Un anno nel quale sono arrivato a fianco di un presidente che da quasi un decennio spendeva l'inverosimile senza aver mai nemmeno sfiorato una vittoria e ho ribaltato come un calzino la rosa della squadra, ho fatto, mercato, ho allestito gruppo e staff, portando il tutto a vincere con mesi di anticipo come nessuno aveva mai fatto prima. 

In un'anno si dovrebbero imparare un sacco di cose, non soltanto limitarsi a osservare quanto accade sul campo. Si dovrebbero conoscere le persone, la loro competenza, la loro passione e soprattutto la loro onestà. Ma questo, si sa, non è da tutti, altrimenti il  mondo (e non solo quello pallonaro) girerebbe e funzionerebbe molto meglio. E' capitato così che si sia incrinato qualcosa in un rapporto che pensavo si poggiasse su un livello di conoscenza reciproca molto più profondo. E si è incrinato, intendiamoci, a prescindere dai risultati sportivi, che anzi sembravano non solo non contare più, ma addirittura rappresentare una sorta di fastidio rispetto ad un disegno che era evidentemente e palesemente diverso, anche se forse nessuno (dall'altra parte) aveva avuto la forza o meglio il coraggio di imporre. Quando dico a prescindere, intendo proprio a prescindere. Capita così che ti ritrovi, da neo-promossa, nonostante le fisiologiche e naturali difficoltà di impatto con la nuova categoria, a superare il primo turno di Coppa Italia (triangolare) e a fare tre punti nelle prime due giornate. Fantastico, direbbe qualunque osservatore esterno... Ma non per chi c'era lì, per chi era presente, per chi stava dentro. Quel rendimento, che dovrebbe in una logica normale creare le premesse minime per ottenere quella tranquillità necessaria a far decollare qualsiasi progetto, ha invece prodotto una conferenza stampa-suicidio del presidente proprio dopo una vittoria in campionato, nel quale si è inspiegabilmente scagliato contro la non spettacolarità del gioco della squadra (??!!) e ha screditato il sottoscritto pubblicamente (annunciando l'ingaggio da me non gradito di un suo "pupillo" e facendolo pubblicamente). Da lì un'inevitabile escalation di tensioni e contro-tensioni, generanti interventi punitivi nei confronti della squadra, allenamenti suppletivi, giocatori messi fuori rosa e poi reintegrati nel giro di ventiquattro ore, eccetera, eccetera. Ciò nonostante il mio esonero è arrivato alla settima giornata con la squadra a sei punti in classifica, con già un direttore sportivo sfiduciato, un supplente nominato in fretta e furia e il nome del mio sostituto che veleggiava tranquillamente nell'aria da quindici giorni. Non male come ritorno tra i professionisti, direi... 

Attenzione: non mi sto piangendo addosso e non assegno colpe a nessuno se non a me stesso, sia chiaro. C'era un ambiente logoro, pesante, di impossibile gestione, ovviamente alimentato da quanto sopra descritto, ma è innegabile che un'analisi fredda e distaccata di quanto stava succedendo non potesse che rilevare l'attrito che ormai si era creato tra me e il gruppo squadra, un pò perchè in quel contesto era impensabile che i giocatori "scontenti" venissero a piangere proprio sotto le mie ali, un pò perchè il processo di rinnovamento che avevo iniziato da subito (cioè dal momento in cui avevo capito, nonostante i punti delle primissime giornate, che la rosa aveva bisogno di un forte ringiovanimento e rinnovamento in vista dei mesi successivi e tante riconferme volute frettolosamente dalla proprietà non si stavano rivelando all'altezza) non poteva che aumentare il numero di tali "scontenti", specie tra giocatori che comunque avevano vissuto da protagonisti la stagione precedente. 

Ho vissuto l'esonero con grande amarezza, ma con estrema onestà, soprattutto verso me stesso, oltre che verso un ambiente che ho amato e amerò sempre e che non volevo assolutamente danneggiare da "tifoso scomodo". Ecco perchè non ho mai rilasciato un'intervista, mai scritto un post o un blog sulla questione. Sono stato dall'altra parte, so cosa si prova a lavorare con un allenatore esonerato che aleggia sulla propria testa e il proprio lavoro e non volevo assolutamente che questo potesse accadere. Ho apprezzato le manifestazioni di stima ricevute dai tifosi, ma questo non mi ha fatto cambiare linea di gestione della mia "assenza". 

Sono senza squadra da più di quattrocento giorni e questo, da quando ho iniziato ad allenare i Pulcini del mio paese, nel lontano 1992, non mi era mai successo. Sono senza squadra anche per effetto della mia scelta estiva di rimanere concentrato sui professionisti, almeno per un pò, per provare a trovare un'altra collocazione in un ambiente difficile ma affascinante, per avere un'ulteriore chance, magari in un contesto più tranquillo e comunque con un forte bagaglio di esperienze, anche recenti, pronto a darmi manforte e a farmi limitare eventuali errori. 

Cosa fai mentre non hai squadra? Bella domanda, specie durante una Pandemia. Fai tante cose, non soltanto relative all'aggiornamento calcistico. Io per esempio ho letto molto (classici, soprattutto), ho scritto, ho cucinato e ho dipinto ringhiere. Ma tutto questo non basta quando il vuoto che il campo ha lasciato dentro di te tende ad allargarsi e ad espandersi all'inverosimile. Ti manca il rettangolo verde, il calcio giocato e il fatto di non poter nemmeno andare a vedere il lavoro dei tuoi colleghi dal vivo, girare sedi di allenamento, osservare... 

Ho comunque fatto un  lavoro di approfondimento delle rose delle squadre di serie C che mi ha portato via un paio di mesi e mi permette di guardare le partite in tv con un occhio più consapevole e informato. 

Bene, ma tutto questo cosa c'entra con il titolo che ho dato al blog? Ve lo starete chiedendo, leggendo queste righe-sfogo. Io ero stato "a casa" soltanto pochi mesi, in passato, e soprattutto questo non accadeva da più di dieci anni. Non ricordavo la difficoltà che si vive e la sofferenza che si prova nell'attendere una chiamata. E' devastante! Non invidio nessuno dei miei colleghi che per motivi diversi sia stato fermo per più tempo. Non si finisce mai di imparare, perchè in questi casi ti accorgi di quanti siamo (allenatori, intendo), di quanto è difficile farsi conoscere davvero (se non ti conosce nemmeno un presidente dopo un anno che lavora al tuo fianco, come può conoscerti chi osserva sbadatamente il tuo lavoro dall'esterno?). E allora vedi che in una società viene esonerato l'allenatore, allora speri ti chiamino, poi vedi che il telefono non suona, leggi qualche articolo e alla fine ti arriva la notizia che hanno preso quello, o quell'altro. Tutti colleghi, quindi da rispettare, ci mancherebbe. Ma non faremmo questo lavoro se non pensassimo che molti di loro siano in quel momento specifico meno adatti per ricoprire quel ruolo, o quell'altro, solo perchè magari vorremmo ricoprirlo noi. Non si finisce mai di imparare, perchè stare fermi non ti cambia solo nelle conoscenze (mentre alleni hai molto meno tempo per aggiornarti ed evolverti, checchè se ne dica), ma anche e soprattutto nell'animo. Pensi e ripensi a come hai preparato e gestito determinate cose, di cosa potevi fare affinchè quel fatto non accadesse, quella partita non fosse persa, quella parola magari non detta, o detta in modo differente. 

Mi si dice spesso, in questi mesi, che conta solo l'ultima stagione. Cosa che in parte ho sempre sostenuto pure io, ma magari speravo non valesse in maniera così perentoria. L'ultima stagione mi ha visto venire esonerato dopo sette gare di campionato, in serie C. Dove sta il positivo? Che stavo in C. E il negativo? Che sono durato solo sette giornate. Bene. Dietro a queste due semplici risposte, c'è un mondo, che solo in parte ho cercato di far capire in queste righe. Eppure, questo mondo, non viene indagato da nessuno, perchè non sembra interessare. E allora in quella società ti chiedono come mai l'anno scorso sia finita così, in quell'altra te lo richiedono, in quell'altra di nuovo. Un mio amico direttore sportivo mi ha sempre detto che il calcio è l'unico settore al mondo che vede associati certi fatturati con certa incompetenza. Nessuna grande azienda  si sognerebbe di farsi gestire da tanta approssimazione. Eppure è così. Perchè nel calcio conta più la telefonata di un amico che il percorso di una vita. "E' così in tutti i settori" potrebbe obiettare qualcun altro. No, vi rispondo io... non così. Chi non ci è passato e non lo conosce da dentro non lo può capire. 

Non si finisce mai di imparare, perchè mai avrei pensato dopo le ultime stagioni di trovarmi qui a scrivere queste righe, oggi. Ok, va bene, il calcio è questo e si sa, ma ci sarà una società, un dirigente che va oltre alle apparenze e si ricorda di telefonarti, anche solo per confrontarsi sul momento della propria squadra, gettare le basi per un rapporto futuro, ampliare le proprie conoscenze... No. Non c'è. Molti ti stimano, lo dicono pubblicamente e in alcuni casi si ritengono tuoi amici. Ma c'è sempre un profilo migliore del tuo per lavorare al loro fianco... E questo ti rosicchia il cuore, piano piano, ma con costanza. 

Viviamo in un imbuto, e quello del calcio ha un collo molto stretto. In serie C non sanno chi sei quando alleni in D (per la verità manco quando alleni in C, in molti casi). Quando sali, dovresti cercare di restarci, perchè salire è molto difficile. Vero, ma non a qualunque costo. Non smetterò di allenare addormentandomi vicino al telefono nella speranza di una chiamata, non lascerò che il tempo rimuova le emozioni che i ricordi di anni di campo suscitano in me ogni volta che penso al fischio di inizio di una partita. Non lascerò che il rancore verso un mondo che sembra sempre non ritenerti pronto abbastanza, soffochi la passione che ho verso questo sport. No. Continuerò a fare il mio lavoro, che è bellissimo (e mi ritengo un privilegiato, perchè posso vivere facendo ciò che mi piace, non lo dimentico), in qualunque categoria, anche in Terza, o negli amatori, con la testa non alta, altissima. 

Aspettate, sta suonando il telefono... E' un numero che non conosco, rispondo subito, non si sa mai...