INTERVISTA A TIM PARKS

05.11.2017
T. Parks (foto: theguardian.com)
T. Parks (foto: theguardian.com)

di Francesco Barana

Fonte: tggialloblu.it


Il mainstream? Roba per tutti, dunque non per Tim Parks: "Da ragazzino vidi giocare George Best a soli tre metri. Potevo quasi toccarlo. Divertente, ma mai quanto un anno con i butei della curva sud. Lì ho vissuto il senso di appartenenza, quello bello, pulito e incondizionato. In un Paese, l'Italia, pieno di appartenenze losche o che ti chiedono qualcosa in cambio".

Parks, 63 anni, scrittore e traduttore di livello internazionale, professore universitario alla IULM di Milano, giornalista per Sole 24 Ore, New York Review of Books, London Review of Books, difende quello che lui definisce "il sogno localistico" - che il calcio sublima - dalle tenaglie della globalizzazione.

Eppure Parks il mondo lo conosce. Nato Manchester, cresciuto a Londra, ha studiato a Cambridge e Harvard. E di Verona, dove ha vissuto dal 1981 al 2009, è cittadino onorario. Dopo una separazione familiare si è stabilito a Milano. Parks sa di essere un uomo e un intellettuale controverso: "I miei libri hanno sempre diviso. Ma a me piace approfondire, conoscere, spiegare i fenomeni anche più discutibili. Ciò non significa giustificare...".

Con 'Questa pazza fede' (Einaudi, p. 430) - "non solo un libro sul Verona e i suoi tifosi, ma sugli italiani" dice - che ha fatto il giro d'Europa, i salotti buoni italiani gliel'hanno rinfacciato. Blasfemia e mancata condanna del razzismo, le accuse più frequenti: "Un vescovo voleva bruciarlo il libro. Era contrariato dall'idea che uno potesse stampare delle bestemmie. Mi sa che non l'ha letto, sennò avrebbe capito. Trainspotting è pieno di oscenità, ma è considerato un'opera d'arte. Con Beppe Severgnini presentammo il libro al British Council di Milano, ma lui subito si cautelò prendendo le distanze. Gianni Mura parlò di 400 pagine di oscenità e banalità. I giornali nazionali scrivevano che giustificavo il razzismo. Accuse ridicole, io non giustificavo alcunché, andavo a fondo, contestualizzavo. Non ho mai negato che si facessero cori razzisti - a Verona come in molti altri stadi italiani - ma cercavo di collocarli nell'universo stadio e di spiegarne la genesi. Il tifoso provoca perché sa che ci sarà qualcuno che s'indigna. E chi s'indigna non fa altro che preparare il terreno per nuove provocazioni, anche quelle più idiote. I tifosi amano provocare, molti giornalisti amano indignarsi e condannare. Una provocazione sarà più forte quanto più alto sarà il livello di indignazione che ne potrà seguire. Se non se ne parlasse non accadrebbe più nulla. Quello che succede dentro allo stadio andrebbe circoscritto lì. Allo stadio c'è vita, intensità, violenza verbale. Andrebbe tollerata. Reprimerla significa creare le condizioni per una violenza più pericolosa fuori.

Anche un altro intellettuale come Massimo Fini spesso ribadisce questo concetto...

Ma anche tutti gli antropologi sono concordi. Solo una società malata può pensare che i tifosi siano dei malati. Lo stadio è un mondo a sé, dove puoi esprimere la tua parte animalesca e fare il talebano, ovviamente senza degenerare nella violenza fisica. Invece ora condannano pure la discriminazione territoriale. Ma che male fanno certi cori? C'è davvero qualcuno che ci rimane male? Io non ho conosciuto nessun tifoso del Verona che si sentiva offeso quando il coro lo subiva, anzi tutto questo lo eccitava ed era pure motivo di curiosità.

Come nacque 'Questa pazza fede'?

Nel 2000 avevo già scritto e pubblicato due libri di successo sull'Italia. Mi venne chiesto di scriverne un altro, ma pensavo di non aver più molto da dire. Poi osservando i tifosi allo stadio - già da anni frequentavo il Bentegodi - mi venne l'idea. Ma quando andai a Bari in pullman coi butei per la prima trasferta (stagione 2000-01, nda) non ero ancora del tutto convinto dei scriverci sopra. Decisi comunque di partire per capire se c'era terreno fertile, qualcosa da raccontare...

L'ispirazione la trovò eccome...

Mi sono divertito da matti. E' stato pazzesco! (risata). La Einaudi fu entusiasta del libro e non si aspettava certe reazioni negative. Gli editori volevano addirittura chiamarlo "Bastardi e butei" per sottolineare la contrapposizione tra i butei, i tifosi del Verona, e i "bastardi", tutti gli altri. Mi opposi, sennò sai mai che qualcuno potesse equivocare pensando che davo dei bastardi ai butei (risata)

Perché proprio il Verona?

Perché di libri su Inter, Milan e Juve ce ne sono tanti. Perché nel 2000, quando ho cominciato questo viaggio per gli stadi italiani, era praticamente da vent'anni che vivevo a Verona e da 15 che andavo al Bentegodi. La prima volta fu nel 1985, ma la vera frequentazione comincia con i primi anni '90, inizialmente come outsider e poi via via sempre più coinvolto. Come potevo non scrivere della squadra per cui tifo? Della comunità che mi aveva accolto? Poi le squadre di provincia, quelle che soffrono, che salgono e scendono, sono le più affascinanti sul piano narrativo. E per uno scrittore è molto interessante descrivere l'esperienza del tifoso. Tifoso è chi sostiene una piccola squadra, che va allo stadio per senso di appartenenza, di identificazione e comunità, e non per il risultato. Non c'è l'esperienza del tifoso nella Juve o nel Real. Non c'è ai mondiali. Il calcio non ha bisogno dei mondiali, i mondiali sono qualcosa di grottesco.

Scrisse di trovare offensivo che molti veronesi non solo non tifassero Hellas, ma sostenessero i grandi club. Per Massimo Bubola questi sono degli "ascari", combattono per chi li colonizza.

Ma nemmeno combattono! Vogliono solo vincere e se ne fregano di fare comunità. Se la Juve dovesse stare in B per tre stagioni consecutive questa gente scomparirebbe, perché loro non vogliono tifare chi soffre.

Scrisse: "Sono fanatici veri quelli della curva sud, ma allo stesso tempo esprimono ironia, addirittura comicità. Non ci possiamo prendere sul serio fino in fondo. O forse è questa la cosa seria, questo misto di delirio e ironia, questo lasciarsi andare alle forti emozioni senza restarne bruciati. Quanto il canto Hellas finisce tutti applaudono congratulandosi con se stessi e molti scoppiano a ridere. Lo sappiamo di essere ridicoli".

Non prendersi troppo sul serio è un segno di intelligenza. Il tifoso del Verona soffre, ma capisce il suo destino, ne è consapevole, perciò non si brucia per quella sofferenza, anzi la trasforma in ironia. Al proposito ho sempre trovato indovinato quello striscione "noi tifiamo noi". Chi è per la Juve, il Milan o l'Inter non può capire. E non capiscono nemmeno tanti intellettuali snob. Le racconto questa...

Prego.

Anni fa mi trovavo in uno studio tv olandese per dare un'intervista. Con me c'era anche anziano scrittore e, mentre aspettavamo il collegamento, sugli schermi dello studio davano l'Aiax. Be', questo scrittore inizia a lamentarsi per i soldi spesi per la polizia negli stadi ecc. "quando potrebbero finanziare il teatro, il cinema o l'opera". Cercava approvazione, invece ho ribattuto: "Ma vuoi mettere andare al cinema rispetto all'emozione di essere in quello stadio? Ma sei mai stato allo stadio?". No, mi ha risposto. Ecco tanti che scrivono o commentano calcio sono come quel signore, parlano di ciò che non conoscono.

Il tema dell'appartenenza ricorre molto nel libro. Quanto c'è di personale?

Nei miei libri c'è molto del mio vissuto e del vissuto degli altri. Da piccolo seguivo il Blackpoll, vivevo lì vicino. A mio padre, pastore anglicano, invece non gli interessava nulla, ma al sabato guardava comunque i risultati per saggiare il possibile umore dei suoi fedeli alla domenica. Poi quando a dieci anni mi sono trasferito a Londra, con i miei amici di scuola che tifavano Arsenal o Tottenham, ho sentito molto il mio legame con il Manchester United. Erano gli anni di Best, Law e Charlton, andavo a vederli a Highbury e negli altri stadi londinesi. Erano emozioni curiose e intense. Per lo United le ho smarrite. Come posso identificarmi con Mourinho e una squadra con due inglesi? E poi il calcio televisivo le sta distruggendo le emozioni. Io da 15 anni non ho più la tv, non per snobismo, ma perché mi annoia. Se voglio guardare una partita vado al pub, o c'è lo streaming.

Nel 2002 era più ottimista. Definiva lo stadio un "catino ovale luogo di ossessioni collettive che la televisione non può violare".

Mi sono sbagliato, le ha violate, eccome se le ha violate. Guardi in Inghilterra, il "calcio televisivo" ha creato degli stadi salotto, dove vanno solo i ricchi. Un abbonamento dell'Arsenal costa duemila euro. Come diavolo fa un operaio? I tifosi del Manchester City a Napoli erano tutti ricconi! A Manchester c'è un grosso problema anche all'Old Trafford con lo United. Non ci sono più cori. Ha ragione Roy Keane, che è un grande personaggio ed è di estrazione proletaria: "Sono tifosi con lo champagne". Quel calcio non è più della working class. Eppure quelle "ossessioni collettive" per fortuna non verranno mai distrutte del tutto. Gli inglesi se ne sono riappropriati andando a vedere le squadre e le serie minori. .

Da Milano segue il Verona?

Al Bentegodi vado molto poco, due volte l'anno, perché di rado torno a Verona. Di tanto in tanto in tv. Ma mi sono un po' disamorato del calcio in generale già prima di andarmene. Ho avuto un rifiuto quando hanno mandato la Fiorentina direttamente dalla C2 alla B facendole saltare una categoria. Poi percepivo che molte partite erano truccate, spinte in una direzione o l'altra, infatti è emersa Calciopoli. Ma paradossalmente ha inciso il grande successo del libro. Sebbene contento che la curva avesse reagito bene, per me non era più piacevole andare allo stadio da volto conosciuto, tutti venivano a parlarmi in quanto Tim Parks scrittore e non come un Tim qualsiasi semplice tifoso. Mi sentivo osservato, come se non avessi più la libertà di prima anche di urlare, incazzarmi, esagerare. Non mi divertivo più. Mettici che hanno cominciato a far diventare lo stadio una sorta di campo di concentramento con barriere e tornelli. Una cosa del tutto inutile tra l'altro, non ricordo questi tremendi feriti e morti al Bentegodi...

Un giudizio sul Verona però ce l'avrà...

Quest'anno la vedo male.

Setti ha fatto un mercato low cost.

Non ha soldi da spendere, presumo. Se si vuole restare in A bisogna farsi comprare da uno con un po' di soldi e accorto nel spenderli. Ma non deve essere un tifoso, l'esperienza del Conte Arvedi deve insegnare. Ci vorrebbe uno come Campedelli, che sul piano dell'organizzazione è stato molto intelligente.

Definì il Chievo un "sottoprodotto del moderno calcio televisivo".

Ora scriverei che cavalcano la modernità. E' un fatto che il Chievo sia una realtà espressione del cambiamento del finanziamento del calcio. Ancora oggi ha meno tifosi del Verona e io non li ho mai identificati con la città. Trent'anni fa avrebbe fatto fatica senza diritti tv. Ma sul piano tecnico-organizzativo nulla da dire.

Scrisse su una trasferta al Delle Alpi: "La cosa sconcertante è la colonna sonora, fino al fischio d'inizio una batteria di altoparlanti ha inondatolo stadio di musica rock, coprendo inni e insulti. L'ambiente non potrebbe essere più asettico, senz'anima. I tifosi vengono per ascoltare se stessi. Vogliono ingaggiare una battaglia vocale". Da qualche anno la musica prepartita c'è anche al Bentegodi...

Davvero? E' una cosa orrenda questa. La mezz'ora che precede il match è uno dei momenti sacri con le tifoserie che si sfottono e la tensione che sale.

Togliete quella musica!