INTERVISTA A JANNIK SINNER

26.05.2019
J. Sinner (foto: gazzetta.it)
J. Sinner (foto: gazzetta.it)

di Francesco Barana

Fonte: Corriere della Sera di Bolzano


Giovane inquietudine. Quella di chi sa che ha tutto da scrivere e ha voglia di cominciare in fretta. «Ogni volta che torno qui a casa mi annoio. Non c'ho niente da fare, per fortuna ci sono loro...». Jannik Sinner, 18 anni ad agosto, golden boy e già girovago del tennis mondiale, indica i suoi amici al tavolo a fianco e sorride. Il ragazzo è allegro e solare: «Vedo molti tennisti tesi prima della partita, io amo ridere fino a un minuto prima». Lo incontriamo al bar del Centro Tennis di Villabassa, in Alta Pusteria, dove ha terminato una leggera sgambata. Giorni "sofferti" per lui: «Avrei sempre voglia di giocare, ma ora devo riposare e finire gli studi, ma la testa è alle qualificazioni di Wimbledon».

Siamo a pochi chilometri da Sesto e San Candido, i luoghi dell'infanzia di Jannik. Lì è dove tutto è iniziato. «Ero un bambino che aveva in testa solo lo sci. A tennis giocavo due volte l'anno. Poi a 13 anni ho cominciato a fare sul serio. Mi allenavo a San Giorgio e poi Brunico. Lì con Alex Vittur abbiamo deciso di andare a Bordighera da Riccardo e Max...».

Riccardo Piatti, il suo maestro, e Massimo Sartori, il coach. Sinner, loro stravedono per lei...

«So di avere qualità. Quest'anno ho capito anche di avere personalità, la vittoria del challenger di Bergamo è stata decisiva. Io ci credo molto. Mi viene in mente quello che una volta mi ha detto Roger (Federer ndr)...».

Racconti...

«Mi ha chiesto se avevo fatto altri sport oltre al tennis, io gli ho risposto "Lo sci e il calcio, ma perché me lo domandi?". E lui: "Chi il tennis lo sceglie davvero è perché sa di essere forte"».

In effetti lei fino a cinque anni fa sciava. Vinceva pure lì: campione italiano di slalom...

«Ero troppo magro per lo sci. E poi mi ero stancato: lì devi dare tutto in due minuti e se sbagli sei fregato, non puoi rimediare. Il tennis ha più facce, una partita ne ha tante dentro...».

Sartori dice che lei tra due anni sarà tra i primi venti e che entrerà nella top ten. Le aspettative sono alte, sa?

«Sono il primo ad averle. Voglio arrivare al top, non solo tra i primi venti. Dove? Nei primi tre al mondo. Spero di diventare il numero uno, non mi vergogno di dirlo. Posso riuscirci, anche perché Federer e Nadal tra qualche anno smettono e anche Djokovic ne ha 32».

Il fuoriclasse emergente è il ventenne Tsitsipas, che a Roma l'ha battuta. Per Sartori lei è già al suo livello, la differenza l'ha fatta l'esperienza. È d'accordo?

«Sì, ce lo siamo detti analizzando la partita. Ma lo avevo già intuito in campo, in quel match il gioco l'ho fatto io, ma al punto arrivava lui. Devo migliorare e queste partite mi fanno bene. Potrei fare solo tornei minori e vincere, ma ora è meglio anche perdere pur di giocare contro i top».

Anche questo rientra nel famoso progetto biennale?

«Certo. La regola è cercare sempre un livello più alto di me, quindi allenamenti e partite di gran qualità. Sono sempre stato così: anche da junior vincevo poco perché giocavo già tornei da pro».

Il suo idolo?

«Roger Federer, il più grande di sempre. Ma come gioco sono più simile a Djokovic, me lo ha detto anche Piatti, che Nole lo ha allenato alla mia età. Anzi ora le sembrerò immodesto, ma pazienza: credo potenzialmente di avere qualcosa in più di lui».

Lei ha gli occhi puntati addosso...

«Non ho ancora vinto niente. Le pressioni un po' le sento, non lo nascondo, ma devo saperci convivere, altrimenti tanto vale andare a casa, no?»

Provi un attimo a sognare. «Vorrei vincere l'Us Open. Lì c'è lo stadio più grande del tennis».

E poi lei ama le superfici veloci...

«Il mio è un tennis aggressivo, attacco già da fondo campo».

La differenza la fa la testa. Lei è pronto?

«In campo resto calmo anche quando perdo, quando si vince è troppo facile. Devo ringraziare i miei genitori per questo. Fuori dal campo il modello resta Federer, che è sempre rimasto lo stesso. Una persona semplice».

I suoi sono gente che lavora, suo padre chef, sua madre cameriera. Aiuta a restare sulla terra? «Loro non mi hanno fatto mancare niente. Mio padre mi ha detto: 'Io non ho avuto le tue opportunità, sfruttale bene'. Voglio arrivare lontano anche per loro»