INTERVISTA A ADRIANO PANATTA

09.10.2019

di Francesco Barana

Fonte: Corriere del Trentino


Quel giorno Adriano Panatta, ancor prima di vincere, decise di ribellarsi. Era il 18 dicembre 1976 a Santiago del Cile, finale di Coppa Davis contro la nazionale di casa. Era il giorno del doppio, con l'Italia già avanti 2-0 e Panatta e Paolo Bertolucci pronti a chiudere la pratica. Dentro all'Estadio Nacional de Cile di Santiago il clima era di festa, ma fuori, per le strade, c'era il Cile di Pinochet e dei desaparecidos. Panatta quella mattina scelse: «Giochiamo con la maglietta rossa» disse a Bertolucci. Un gesto, quello di Panatta contro il fascismo cileno. Bertolucci e Panatta poi avrebbero vinto e consegnato all'Italia la sua prima (e unica) Coppa Davis della storia. Quello era «Un doppio da leggenda», come recita il titolo dell'incontro che vede ospiti Panatta e Bertolucci l'11 ottobre al Festival dello Sport.

Panatta, come le saltò in mente quella provocazione?

«Decisi alla mattina. Il nostro sponsor tecnico ci aveva messo a disposizione due divise. Dissi a Paolo (Bertolucci, ndr): "Perché non ci mettiamo quella rossa?».

La leggenda narra che litigaste. E che Bertolucci le rispose: «Non fare il matto come al solito. Qui ci arrestano»

«Non litigammo, con Paolo non ho mai litigato in vita mia. Diciamo che lui era un po' perplesso».

Fu un gesto politico...

«Io sono figlio di un operaio, mio padre Ascenzio al circolo di tennis del Parioli faceva il custode».

Il Panatta tennista nasce lì?

«Avevo sei anni quando papà mi mise la racchetta in mano».

Con la vittoria della Davis del '76 lei, Bertolucci e Barazzutti usciste dai confini dello sport entrando nel mito nazional-popolare...

«Il Paese scoprì il tennis, che diventò sport popolare, degli operai e degli impiegati. La gente staccava dal lavoro e andava a farsi una partita. Purtroppo questa cosa negli anni si è persa, ma ora pare che ci siano piccoli segnali di un nuovo fermento».

Lei era il simbolo di quella Nazionale...

«Quello stesso anno avevo vinto il Roland Garros e gli Internazionali d'Italia, ero numero 4 del mondo. Eppure io vivevo tutto con grande normalità».

Il festival quest'anno parla di "fenomeni". Con lei si fermava l'Italia...

«Mi sono sempre sentito tutto fuorché un fenomeno. Poi mi rendo conto che avevo scardinato qualcosa nel Paese».

Le piace il tennis di oggi?

«Non molto. È cambiato tutto, è un altro tennis».

Dipende dai materiali?

«Certo, ma non solo. È cambiato morfologicamente l'essere umano. Oggi ti vedi tutti questi ragazzotti alti almeno un metro e 90. Ma non solo nel tennis. Prenda il calcio, negli anni '70 eravamo tutti impressionati dall'Olanda di Cruijff per come correva, oggi andrebbe al rallentatore. Oggi il tennis è potenza e servizio».

Lei era un giocatore estroso...

«Di un tennista mi piace vedere il tocco di palla che ha, i colpi in repertorio. Federer mi piace molto».

Non Nadal, sembrerebbe. Quest'anno quando Fognini lo ha battuto a Montecarlo disse: "Fognini sa giocare a tennis, Nadal un po' meno". Scatenò un polverone...

«Chiariamo: Nadal è un fenomeno, cosa gli vuoi dire a uno così? Tra l'altro è anche un ragazzo d'oro. Ma Fabio si avvicina di più al mio ideale di tennis. Ha più estro e varietà di colpi. Rafa ne ha meno, ma in quelli è senza eguali».

Il tennis italiano sta rifiorendo: Fognini 11 del mondo, Berrettini 13, l'enfant prodige Sinner. Come se lo spiega?

«Non credo ci sia un motivo particolare. È merito di madre natura che ha fatto nascere in Italia giocatori di questo calibro».

Berrettini l'anno prossimo può vincere uno slam?

«Se arrivi in semifinale agli Us Open significa che le qualità per provarci ce le hai. Matteo deve partire dal risultato di New York, consapevole che negli slam e nei 1000 può arrivare in fondo sempre. Poi vincere non è mai facile. Io glielo auguro, è un bravissimo ragazzo, intelligente, di una gentilezza e umiltà straordinarie».

Wilander, nel fargli un complimento, ha detto che non sembra avere nemmeno la testa di un italiano...

«E Mats ha detto una cazzata. Perché noi italiani come saremmo? È ora di finirla con questi luoghi comuni».

Sinner è nato in Pusteria, a pochi chilometri da qui. Cosa ne pensa di lui?

«Può diventare un grandissimo giocatore, se non succede niente di particolare ci riuscirà. Oggi è ancora acerbo, anche fisicamente, ma ha già due colpi fuori dal comune: il servizio e il dritto».

Due grandi firme hanno azzardato: Clerici ha scritto che gli ricorda Pietrangeli. Scanagatta che è il nuovo Panatta...

«Andiamoci piano con i paragoni. Sinner può fare la mia carriera ma lasciamolo tranquillo».